Il resoconto dei dettagli dei contenuti dell’incontro di sabato scorso lo
affido volentieri al nostro leader massimo Dino Lovecchio, al quale
lascerei l’alto compito di coordinare e mediare le meravigliose teste che
partecipano di volta in volta ai nostri randez vous.
Io voglio cogliere l’invito ad aprire un confronto sulle posizioni emerse,
accentrando l’attenzione su quello che, per me, non è un semplice orpello: la questione conversanese. Scusate la pervicacia.
Non è mia intenzione sminuire l’importanza del referendum sulla devolution (e per la campagna referendaria lavorerò con tutte le mie energie), ma non mi sembra che si possano liquidare le sorti del nostro paese con alcune delle affermazioni che hanno risuonato nella discussione dell’altra sera, tipo: “le cose che succedono nel nostro piccolo paese sono niente in confronto al referendum”.
Intanto ho appreso durante la discussione che il mio intervento era completamente fuori luogo.
Non avevo compreso, infatti, che quell’incontro fosse organizzato per la costituzione di un comitato referendario e quindi esteso anche ad associazioni, forze politiche e cittadini singoli. E’ per questo che il mio richiamo a mettersi al lavoro per la costituzione di un soggetto politico ha preoccupato molti. Ha preoccupato chi, forse, immagino, era li per parlare solo delle iniziative referendarie e di partiti non vuole nemmeno sentir l’odore.
E ha preoccupato non poco alcuni esponenti dei partiti presenti, gelosi come di un amante della loro intoccabile appartenenza politica.
Si sono intrecciati linguaggi differenti e, come ha osservato Annalisa, talvolta incapaci di comunicare.
Il politichese ( lo dico senza malanimo) di Annamaria Candela e di Rino Liegi, tutto appiattito sui “nodi politici” e “sulle regole da condividere”, oppure le preoccupazioni della ex politica Grazia Panarelli sulla questione del “chi siamo” (che poi voleva dire “chi siete”), oppure le sottolineature di Lino Manosperta sulla sua appartenenza ai DS ai quali “andrò a chiedere come mi devo comportare” ecc, non riuscivano a trovare orecchie capaci di capire da parte di chi, come Annalisa o Gessica, vivono semplicemente i problemi della quotidianità.
Interessante. Molto interessante. È il segnale della distanza tra classe politica ( che spesso muta in ceto politico) e società civile. Insegnamento importante per chi (me compreso) parla di partecipazione: i cittadini che si sentono soli, che coltivano le proprie inquietudini giornaliere lontani dal baraccone della politica hanno bisogno di sentir parlare di fatti concreti
altrimenti fuggono.
L’impressione che ho avuto è che ci sono attriti e diffidenze tra i soggetti politici della parte buona del centro sinistra, che rendono arduo il dialogo. L’appello alle regole, ai nodi politici, addirittura al metodo con cui si arriva ai nomi, come se stessimo stringendo un accordo politico di coalizione, la dicono lunga su quanto siano logori i rapporti tra DS, Rifondazione e Italia dei Valori, tutti presenti attraverso loro autorevoli esponenti. L’altra sera si sono parlati, quasi in codice, hanno rievocato diatribe passate senza menzionarle, hanno comunicato col loro linguaggio.
Non tutti potevano capire. E credo che a noi quelle persone interessano, quelle persone che non riescono a capire che utilità abbia la politica senza valori e idee che si traducano in orientamenti pratici sulla vita di tutti i giorni.
Mi fermo un istante. Rileggo quello che ho scritto. Ci sono due punti vaghi e imprecisati che poi, a ben vedere, sono quelli che mi interessano maggiormente: Il “SOGGETTO POLITICO”, e il “NOI”.
Partirei dalle definizioni più semplici del vocabolario politico. Un soggetto politico è un gruppo organizzato che costruisce la sua identità sulla condivisione di VALORI e di una CULTURA che fanno da guida e da filtro a un progetto pragmatico, sulle cose concrete, che ha bisogno anche di conoscenze tecniche, specialistiche, giuridiche, scientifiche e via dicendo.
Un soggetto politico che è abile soltanto a allestire critiche su ciò che non va, senza essere in grado di sognare, immaginare e verificare se è tecnicamente possibile la realizzazione di un modello di paese (dalle relazioni personali alle questioni ambientali, dai problemi sociali ai
comportamenti morali ecc) fa, nella migliore delle ipotesi, sterile filosofia politica. E, come si può facilmente osservare, non è capito dai cittadini che oggi sono esclusi dalle decisioni importanti.
Qui c’è già sul terreno una sfida faticosa, ma spero appassionante, un percorso lungo, ma spero fruttuoso, un lavoro che dovrebbe mettere insieme valori e principi da una parte e pratica politica dall’altra, tutti da discutere, conquistare e realizzare con le migliori e più fresche risorse del paese. Qui c’è anche il significato culturale della politica che insegna e fa crescere chiunque sia protagonista di un progetto del genere. Qui c’è già la negazione di quella odiosa propensione del politico medio ad affermare un senso di superiorità di se stesso rispetto al cittadino. Qui non c’è più una separazione netta e visibile tra il rappresentante nelle istituzioni e il resto delle anime che popolano un paese.
Qui c’è lo sforzo di parlare anche con chi si ritiene che stia sbagliando, perché un cittadino che sbaglia è sempre meglio di un politico che crede di far bene (si legga a tal riguardo la storia della rivolta contro le antenne a Conversano e delle risposte dell’attuale classe dirigente a quel moto di ribellione). Qui c’è già una politica in un discorso politico. Insisto sul fatto che NOI dobbiamo lavorare, da subito per questo.
Ed è chiaro che ora si impone con forza il problema del “noi”.
Chi siamo (almeno per il momento)? E come ci chiameremo?
Io credo che un movimento politico e sociale capace di interpretare questa maniera di stare in politica è ora che nasca. E se un gruppo anche limitato di persone in questo momento crede di avere una buona idea da proporre bisogna far di tutto per passare dalle idee ai fatti. Cominciamo con chi condivide la filosofia che sottende questo progetto. E cominciamo a
lavorare. Apriamo una discussione su cosa far nascere (un nuovo movimento? La sinistra europea a Conversano? un laboratorio politico che presti le sue risorse umane ai partiti?) e facciamolo presto per dare avvio subito ad un confronto con le migliaia di persone che vagano come diogeni cenciosi in cerca di riferimenti.
Lancio una idea personale con il pretesto di aprire una discussione immediata sul primo problema : la formalizzazione di un gruppo organizzato.
A giudicare dalla reputazione che i partiti si sono fatti in questi anni, anche a Conversano, sarebbe meglio nascerne al di fuori. Completamente al di fuori. Un movimento politico che si radichi nel paese attraverso l’ascolto della gente (e non la semplice proposta di progetti che si devono accettare o rifiutare), che instauri un rapporto osmotico fra proposte che nascono da chi partecipa più attivamente e le istanze di chi non può dare piena disponibilità magari anche perché non vuole.
Questa è la mia idea. La speranza è di accrescere col tempo sempre più la partecipazione. Ma se all’inizio dobbiamo partire in tre o in quattro o quelli che saremo, non mi sembra importante. Se non si comincia ad esistere in una qualche maniera non usciremo facilmente da questa fase di indeterminatezza che è paralizzante.
Immagino un movimento aperto, in cui chiunque può dare il suo contributo nella forma che crede (partecipare ai lavori, appoggiare moralmente, assistere da spettatore sapendo che se ha qualcosa da dire sarà ascoltato, proponendo, qualora lo ritenga opportuno progetti, segnalando problemi collettivi o personali). Una territorio amico. Che però deve essere ben identificata, distinguibile e risultare chiara nei suoi tratti culturali, etici e politici. Dobbiamo al più presto diventare visibili e lavorare per costruire una nostra identità. Ci vorranno dieci anni? E che importa: sono sessant’anni (?) che se ne sente il bisogno.
La discussione è aperta.
Pasquale Giannuzzi
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